Questo è il problema.
Il mio viaggio è stato un’avventura, in ogni senso.
Sono giorni che cerco di scegliere le parole adatte per raccontarlo, per darne resoconto, ma queste faticano a uscire così come fatico a riconoscere, oggi, me stessa.
Anyway.
Capitolo uno: i primi tre giorni.
Ho perso l’aereo dell’andata grazie a delle indicazioni errate circa l’autobus per arrivare all’aeroporto e dunque, infelicemente, trascorso una notte a Mestre in una pensione allucinante fra vecchine, tossici e puttane ch’è un miracolo io sia qui a parlarne. Ho solcato i cieli con un giorno di ritardo e con una “turbolenza forte” in più che tanto bene ha fatto alle mie fobie, sono arrivata tremante quasi baciando terra e subito catapultata alla festa della Santa, di cui sono stata l’ombra per i due giorni successivi dimenticando sonno, fame, freddo, identità precisa. Alle 6 del mattino sono quasi andata a fuoco assieme a quelli pirotecnici sparati dal Fortino, ho avuto nostalgia di casa e mi sono sentita tremendamente sola, persa fra persone dal linguaggio inaccessibile in lunghissime strade battute da cera e fiamme. Ho vissuto l’”entrata” della Santa sotto al Duomo grazie al Circolo di Sant’Agata ed ho avuto una potente crisi mistica, non ho ancora capito se dovuta ad una reale illuminazione o allo stritolamento fra i devoti che ha fatto fluire troppo poco sangue al cervello. Ho seguito il cordone trascinato dai devoti fino alla vara per le vie del centro e le candelore fin dentro al Duomo, mi sono commossa davanti a tutta l’energia sprigionata da milioni di mani in preghiera ed ho, per la prima volta, creduto al punto da pregare anch’io. Ho visto gli ultimi fuochi, alle quasi 6 del mattino del 6 febbraio, promettendo di non mancare mai più a questa festa che a parole non si può minimamente spiegare… Come la fede che essa riesce a muovere.
vivere la follia collettiva è una figata, ma la cosa in sè rimane sempre un fenomeno temibile, soprattutto nelle manifestazioni religiose.