E se tornare è un po’ morire,
tornare a Trieste è il suicidio perfetto.
Mi ritrovo qui a scrivere con le palpebre pesanti ottenebrate dal caldo, una sigaretta spiegazzata fra le labbra ed i DresdenDolls in sottofondo, ripensando alla Croazia, ed alla vacanza ch’è stata quanto di più deliziosamente pigro avessi vissuto finora.
Quattro persone, una roulotte ed il mare a due passi. La pelle bruciata dal sole e le labbra baciate dal sale, aspettando la sera, col suo pugno di stelle, alla luce delle candele. Bancarelle colorate accese sul lungomare, risate contagiose e secchiate d’acqua gelida nel torpore del pomeriggio. L’ansia dello squalo, la coraggiosa nuotata fino alle boe, le *erbe schifo* che infestano il fondale. Tre libri divorati nell’ombra, mentre la colonna sonora a base di Prodigy e Beatles violenta il silenzio. La carne alla griglia col retrogusto di gin e la bottiglia di vodka abbandonata non si sa dove. Pranzi sponsorizzati dalla pasta al pesto e cene a base di cozze, per onorare il palato prima di tuffarsi nella grappa al miele offerta da Jedro. Una corsa sul trenino giallo per prendere l’aliscafo del ritorno che, guarda un po’, si è rotto proprio oggi. Siesta disperata in bar per decidere sul da farsi, quattro chiacchiere rivelatorie col cameriere e dunque un’altra corsa con quintali di bagaglio, per non perdere l’ultimo pulmann che parte fra 10 minuti all’altro capo del lungomare. Poche ore di viaggio e riecco l’aura afosa dell’ApatiCity all’orizzonte, specchiata negli occhi rassegnati di chi, per quest’estate, ha finito le vacanze all’estero.
E così mi ritrovo qui a scrivere con le palpebre pesanti ottenebrate dal caldo, una sigaretta spiegazzata fra le labbra ed i DresdenDolls in sottofondo, a fare i conti con un principio di fastidioso *MalumoreDaRientro*. Sob.