(Im)maturità.

Data: May 28th, 2005
Categoria: SimpleDiary

La cena di matura?
In definitiva, è andato tutto come ci si aspettava.

Part 1. La preparazione.
Due giorni di tentato shoppin’, ribattezzato per l’occasione “scipping” visti i prezzi, per esser all’altezza della sfilata di moda della cena. Una casa invasa da mille donnine frenetiche che si dividevano i compiti fra trucco, pettinature e distribuzione di lustrini -nelle generose scollature- come se piovesse. Vestiti tagliuzzati da Dany senza preciso criterio e Beatles a squarciagola, fragole e melone come aperitivo e sigarette spente a metà per mancanza di tempo. Scarpe comperate al volo nell’ultima mezz’ora disponibile [nell’unico negozio aperto in zona], prima di far immancabilmente tardi e perdere così il pulman per arrivare al ristorante. Una corsa disperata in macchina a 80 all’ora, la colonna sonora di Jesus Christ Superstar in loop e 56 forcine incastrate ad arte fra i capelli, che credo rimarranno là almeno fino a domani.

Part 2. La cena.
Un tripudio d’inutilità messo in bella evidenza dal tenore dei discorsi snocciolati dalle mie compagne di classe fra il primo ed il secondo piatto. La situazione inizia a precipitare finite le prime bottiglie, ma io l’ignoro, con i tacchi affondati nel fango per coccolare l’asinella Nina dal musetto dolce. Corse sulla giarina con Gea, qualche tacco rotto per la strada deserta ed i cavalli irrequieti dietro lo steccato. Prima del dolce mi estraneo con una bottiglia di vino ed un piccolo bruco verde, piovuto dal cielo, che un giorno sarà farfalla. Cerco di vivacizzare il prof di matematica lasciato a marcire in un angolo tutto solo, ma senza successo. E allora bevo, mentre il vino viene presto sostituito dalle scorte di birra portate da casa per ogni evenienza. Mi scorrono davanti progetti di andare in spiaggia, casini con i pulman per via di vari infiltrati, i regali dei prof scelti da nonhoancoracapitochi e un sottile mal di testa dopo il giro di tequile ordinato per disperazione. Sotto sotto me la rido, sapendo già che una serata pessima non può che rivelare dei dettagli ancor peggiori.
E’ un classico.

Part 3. Discoteca.
Finalmente si riparte col pulman in direzione discoteca Mirò. Nascono le prime discussioni per chi vuole fermarsi all’autogrill, le ragazze allora espletano i loro bisogni fisiologici dentro sacchetti di plastica ed io raccolgo le lacrime di una bellissima Cecilia maltrattata dal moroso. Cerco di dormire per non sentire più le stronzate di quell’ammasso d’esseri unicellulari che compone la mia classe e intanto qualcuno vomita, qualcuno beve ancora, qualcuno è semplicemente scomparso.
All’arrivo in loco ben poco è l’entusiasmo rimasto, se non all’idea di altro alcool da interiorizzare per affrontare impavidi la sala techno. Non sento nemmeno la musica, tanto è flebile in mezzo a tutti quei maturandi ubriachi arrivati dal triveneto intero. Non si respira. Scappo col prof al bar, inseguo di malavoglia le mie amichette esaltate ed inizio ad avvertire un attacco d’asma abbastanza forte. Panico, sonno, nervosismo come cocktail letale. Càpito in una sala assurda dove suonano delle cover dei Marlene Kuntz e tutto è troppo coreograficamente kitch per risultare surreale. Alla fine ci ritroviamo alle 4.30 in quattro fuori su una panchina, cantando a voce rauca, con una ragazza semi-svenuta accanto che vomita l’anima circondata da tamarri arrapati.

Part 4. Il ritorno.
Nuovamente discussioni, ma preferisco dormire. Mi risveglio in ApatiCity, con l’ansia di dover prendere subito un bus per recuperare i vestiti di ricambio dall’altra parte della città. Colazione al bar della stazione con i compari di sempre, il cellulare completamente scarico ed un bisogno di sentire Lui che va al di là del normale. Mattinata a casa di Gea e visione collettiva sul divano di cartoni animati per conciliare il sonno, che però non arriva per svariate flebo di caffeina. Ciliegie rubate dagli alberi, sigarette fumate sotto il sole a picco, l’ennesima corsa in bus per raggiungere la scuola all’ora X per il lancio dei gavettoni e preventiva acqua fredda in viso per capire con precisione chi è il nemico da annegare. Lo spettacolo all’arrivo si può riassumere in quattro parole, un sacco d’occhiaie, gente che dorme appoggiata ai muretti e genitori iperprotettivi in vena di minaccia nel qual caso una goccia d’acqua dovesse cadere per disgrazia sul loro diletto pargolo. Lo strazio che completa l’opera di una notte inutile.

Riassumendo:
era meglio optare per la serata BluesBrothers.
Morale:
è fastidioso ammettere che già prima lo immaginavo.

Non è più possibile lasciare commenti.